Ceppaloni, il geologo di fiducia del Comitato: «La prevenzione ambientale si fa così»

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Per capire quali sono le condizioni geoambientali dell’entroterra campano e procedere anzitempo all’individuazione dei fattori di rischio, occorre lavorare sulla scorta di indicatori che determinano lo stato di salute di un territorio. Il problema che oggi ci si pone è come procedere alla bonifica di siti potenzialmente inquinati, come potrebbe rivelarsi quello presente nel territorio di Ceppaloni. Certamente il passaggio propedeutico alle azioni curative (il ripristino delle condizioni ottimali dei siti contaminati) è un tracciato generale sulla situazione ambientale del territorio.

É il geologo Vincenzo Briuolo ad indicare quali sono queste condizioni, come individuare e prevenire i rischi di contaminazione e la tempistica con la quale sarebbe opportuno intervenire su siti a rischio.

Non essendo ancora chiara la condizione del suolo ceppalonese, per il quale sono state richieste nuove analisi, qual è in linea di massima la situazione ambientale delle zone limitrofe e quindi della provincia di Benevento?

 

«Esistono studi che fanno il punto sullo stato geoambientale del territorio e che sono a disposizione di tutti. In 5 anni ho partecipato a convegni, incontri, discussioni aperte, riunioni tecniche dove si è sempre parlato di temi ambientali tra cui anche il tema dei rifiuti e dell’inquinamento delle matrici ambientali aria, acqua e suolo. Molti cittadini si sono impegnati a denunciare situazioni anomale, le hanno portate su tutti i tavoli ma alla fine non sono stati ascoltati. Ci sono aree su cui occorrerebbe approfondire gli studi fatti ad una scala macro e gran parte del territorio su cui converrebbe effettuare studi mirati atti a certificarne l’assoluta genuinità affinché non si pensi ad una Campania tutta inquinata. Fatto che avrebbe come risultato una promozione indiretta del territorio e che inevitabilmente avrebbe ricadute positive sui prodotti delle nostre terre. E’ una iniziativa che deve partire dai territori: i sindaci sono preposti a questo quando vengono eletti da noi cittadini».

Quali sono le modalità impiegate per lo studio del territorio?

«Si parte dai Piani urbanistici. In uno stato moderno non è possibile che funzionari dello Stato, preposti a dare supporto alla parte politica che deve amministrare, non sappiano quali sono le tecniche con cui intervenire nelle varie problematiche che interessano un territorio, una città o un comune qualsiasi. La stragrande maggioranza del territorio sannita ha una vocazione agricola e zootecnica, eppure ancora non esiste un Piano urbanistico mirato alla salvaguardia del proprio territorio e che certifica lo stato di salute nel quale versa in questo momento. E’ interesse degli amministratori locali mettersi al riparo da qualsiasi “attacco” ed evitare di ritrovarsi aree con depositi di rifiuti o sostanze tossiche, nocive, pericolose, tutte definizioni ad effetto che, se non supportate da analisi serie, significano tutto ed il contrario di tutto. Un esempio: la fitodepurazione. E’ una tecnica usata, dove possibile, in molte città europee per la depurazione delle acque reflue urbane. Non ha costi di realizzazione paragonabili agli impianti normalmente impiegati e, soprattutto, a costi minimi di manutenzione impegnano unità lavorative per il loro corretto funzionamento. Nel proporlo ad un comune, tra l’altro privo di depuratore, l’ingegnere dell’Ufficio Tecnico mi rispose di non conoscere questa tecnica. Fatto grave. La fitodepurazione è una tecnica usata da più di 50 anni».

Come si arriva alla certificazione di un territorio?

«Ogni area ha delle caratteristiche naturali di fondo che possono essere indagate con analisi nei suoli e nelle acque, di conseguenza sui prodotti che da quel territorio emergono. Una politica di salvaguardia metterebbe al riparo da qualsiasi volontà di impiantare su quei territori attività industriali strane e che promettono di portare lavoro per tutti. Gli studi seri del territorio riguardano anche l’opportunità di intervenire per la sua messa in sicurezza da calamità naturali anche con una seria politica di Protezione civile».

Come si svolgono, nel dettaglio, le analisi su un sito presumibilmente contaminato?

«Per caratterizzazione un sito si interviene secondo una sequenza di fasi. La prima prevede la ricostruzione storica delle attività che hanno coinvolto l’area in esame; si procede poi alla predisposizione di un piano di indagini ambientali atte a definire lo stato del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee; all’esecuzione di indagini necessarie supportate delle informazioni sin qui acquisite; all’elaborazione dei risultati e alla rappresentazione dello stato di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee; all’elaborazione di un Modello di studio tipico di quell’area e in ultimo all’identificazione dei livelli di concentrazione residua accettabili, sui quali vanno impostati gli eventuali interventi di messa in sicurezza e/o di bonifica, che si rendessero successivamente necessari. La caratterizzazione ambientale, quindi, viene sottoposta alle Autorità competenti per la necessaria discussione. A queste discussioni sarebbe opportuno invitare anche i cittadini; così come sarebbe il massimo della trasparenza tenere le conferenze di servizi in maniera aperta».

Nell’analizzare un’area a rischio, quali sono i passaggi che non si possono assolutamente evitare?

«Esistono sostanze tabellate in vari decreti che in Italia fanno da guida. Questo vale per inquinanti dell’aria, del suolo e delle acque, superficiali o sotterranee. E’ chiaro che una approfondita analisi preliminare porta a non escludere nessun elemento pericoloso e che, a mio parere, in sede di analisi di laboratorio o sul campo conviene comunque cercare. Indipendentemente dalle leggi in vigore, quando si parla di inquinanti che possono mettere in pericolo la salute umana, si devono mettere in campo tutte le migliori soluzioni tecniche proporzionalmente alla pericolosità delle sostanze trovate (le famose BAT…Best Available Tecnologies ). Qui la legge italiana ci tiene a sottolineare che ciò va fatto secondo criteri di compatibilità economica e di reali possibilità esistenti che consentano l’utilizzo di quelle tecnologie. In questo modo la scelta viene demandata alle decisioni politiche».

Dal momento in cui si scopre l’esistenza di un sito sottoposto a sversamento illecito dei rifiuti, quali sarebbero i tempi giusti nei quali intervenire per ridurre i rischi per il territorio e per l’ambiente?

«Beh, la risposta è banale: il territorio va tenuto sotto controllo sempre. Alcune sostanze restano in maniera definitiva nel suolo e sono un costante pericolo per la salute umana. Prima si interviene meglio è. I cittadini sono le prime sentinelle del loro territorio, creano comitati e gli amministratori locali devono far leva su queste forze volontarie e spontanee».

Articolo di Marianna D'Alessio

Fonte: ottopagine.net

 

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